a stuzzichi e bocconi

Calma calma, o come si dice di questi tempi tranqui! non c’è alcun errore. Conosco la differenza tra spizzicare e stuzzicare J ma il verbo è corretto perché io sono andata proprio a stuzzicare! Ho solleticato, punzecchiato abilmente, senza far male o infastidire più del necessario, ma nei modi e tempi giusti per portare a casa un bel boccone.
È domenica, molti negozi sono chiusi. Ho lavorato a casa al computer per tutto il giorno e devo comunque uscire per fare il mio dovere. Senza alcun entusiasmo devo andare a mettere una crocetta su una scheda alla quale affido comunque poche delle mie aspettative o convinzioni sul futuro della città. Ma tant’è. Ci sono donne che hanno lottato perché questo diritto ci fosse concesso e se non altro vado per loro.

Mi avvicino alla bici che dai borbottii che rimbalzano già da diversi minuti qua e là nel cielo si era probabilmente convinta di essere lasciata a riposo nel suo angolino. Ma niente paura, noi saremo più veloci! Uno sprint dentro la cabina elettorale, salutando prima e dopo con doverosa educazione il poliziotto all’entrata della scuola che trattiene a fatica gli sbadigli e poi via a produrre acido lattico verso quelle strade della città dove una tonda voragine in mezzo alle nuvole lascia i raggi del sole liberi di sforacchiare i pochi cittadini sparsi per il centro.

Gironzolo senza meta solcando le piste ciclabili con inutili tentativi di slalom tra le buche, finché realizzo che due strade più in là tra le attività commerciali che non osservano la chiusura festiva c’è proprio quella libreria!

VIADEIMILLEBO

Accelero dunque decisa, scansando qualche pedone indisciplinato che non rispetta la segnaletica stradale, chiudo la bici su sé stessa, la lego accuratamente e mi preparo alla riscossa.

Mentre rallento la mia energica entrata per consentire alle porte scorrevoli di fare il loro faticoso mestiere raccolgo dai cassettini della memoria i titoli di quei due o tre libri il cui acquisto, da tempo progettato ma comunque non urgente, è rimasto in sospeso. Presentarmi alla cassa non a mani vuote potrebbe essere una buona strategia.

Faccio passare un po’ di tempo, con la testa piegata a novanta gradi e l’orecchio che arriva quasi a toccare la spalla faccio scorrere gli occhi sui titoli dei libri, rallentandoli forzatamente su quelli girati di centottanta gradi per poterli leggere al contrario. Prelevo dunque i più interessanti per sfogliare qualche pagina con la speranza che quelle poche righe che mi capiteranno sotto per caso siano capaci di catturare la mia attenzione o almeno convincermi che, sì, il modo di scrivere dell’autore mi piace!

Sono sufficienti pochi avanti e indietro e su e giù per capire che non troverò nulla di valido. Devo però attendere ancora, aspettare il momento giusto, per riuscire a parlare con il commesso come voglio io devo assolutamente evitare interruzioni.

Nel percorso verso la cassa incrocio lo sguardo di qualcuno che non è nuovo. Anche lui mi fissa, incerto, in pausa, poi ci decidiamo entrambi e ci salutiamo. È ovvio che non siamo nemmeno conoscenti, ma è probabile che qualche battuta sia stata scambiata anche tra noi quando ci siamo ritrovati volontari e orgogliosi partecipanti di un evento così importante da far sentire tutti amici di tutti. Un rapido cenno di riconoscimento è dunque sufficiente.

Mentre sento le circostanze a mio favore e il mio progetto libero di andare avanti senza ostacoli ecco che proprio lui si volta e va verso il commesso con l’aria di chi ha tra i denti una domanda a cui dar sfogo.

Convincimenti, serrate le file! Non ci muoveremo di qui finché non avrem ottenuto vittoria.

Silenziosa accanto a lui fingo di osservare con minuziosa dovizia i gadget di cui il bancone è stracolmo, come se avessi accettato l’ingrato compito di acquistare regalini per una dozzina di nipotine in età da adorazione di qualsiasi articolo di cartoleria dai colori accesi.

La richiesta di informazioni ottiene subito una risposta che pare non solo gradita ma anche soddisfacente al mio non-amico, che con il suo vero-amico se ne va lasciando il campo finalmente libero.

Ingrano dunque la prima per prepararmi ad una partenza soft.

“È possibile ordinare questo libro?”

Mentre il tipo controlla al computer mi chiedo se la risposta sarà identica a quella che hanno dato a mia mamma nella libreria “sorella” a qualche chilometro da qui.

Ma anziché snobbarmi con un “Non collaboriamo con questo distributore” con la scusa che l’editore del libro è troppo piccolo dopo una ricerca rapida e superficiale, il ragazzo, che all’inizio sembrava volersi arrendere facilmente, ci riprova, preme sui tasti della tastiera e muove il mouse quasi con dolcezza, come se trattare bene il suo collega computer potesse far saltare fuori un risultato diverso da quello che ha già ottenuto.

Quando viene verso di me è scoraggiato e sembra in difficoltà nel trovare le parole per comunicarmi l’esito negativo.

Forse però io ho già assunto un’espressione più dispiaciuta di lui. Spudoratissima ma con vocina da adolescente che civetta col compagno di classe gli dico “Siete l’unica libreria in cui il libro non si riesce ad ordinare”.

Lui si fa piccolo piccolo mentre io continuo, sempre mielosa ma volutamente punzecchiante, spiegando che il distributore opera su tutto il territorio nazionale e forse sono alcune grandi librerie che (ometto il verbo “boicottare” anche se lampeggia nell’aria come se mi fosse scappato fuori con uno starnuto improvviso) scelgono di non ordinare i libri di piccoli editori.

“Ma come si chiama il distributore?”

Sui miei due piedi saltellanti per il divertimento non mi viene in mente ma “non è questo il punto” vorrei dire. Poi però il nome salta fuori dalla mia memoria come l’acqua sparata in aria da un geyser.

“È strano perché noi lavoriamo con questo distributore”.

È fatta. Sto gongolando! Non è stato semplicemente punto nell’orgoglio, sembra proprio sia rimasto infilzato in una singolar tenzone, perché cammina in modo strano mentre si dirige verso il computer della postazione centrale della libreria, il computer che possiede tutti i dati completi.

“Eh già, sarà questione di computer” sogghigno interiormente.

E intanto continuo a dire le mie ragioni, sincera, diretta, tranquilla.

Forse sbatto le palpebre un ventimilionidivolte mentre sorrido e sicuramente arrossisco esclamando: “È che sono da tanti anni una vostra cliente, mi dispiace che il mio libro non si possa trovare anche da voi”.

“Ah certo” bisbiglia lui volgendosi a guardarmi ma mantenendo la connessione con i miei lampeggianti occhioni azzurri per un solo secondo.

E io imperterrita, senza inserire alcun accenno di menzogna o briciola di falsità nelle mie parole, aggiungo “Quando i miei amici mi chiedono dove posso acquistarlo sarei felice di poter fare il vostro nome”.

Non so se lui si sente:

  • imbarazzato come se gli stessi facendo la corte
  • in colpa come si stesse abbuffando di caramelle davanti ad un bambino
  • disorientato come se avesse pestato un piede ad una vecchietta
  • turbato come se fosse costretto ad ubbidire a regole più grandi di lui

sta di fatto che zitto zitto va sul sito dell’editore, verifica il nome del distributore, fa qualche veloce copia-incolla inserendo dati nel sistema di gestione del magazzino, clicca qua e là diverse volte e con gli occhietti del cane che si sdraia a mo’ di sfinge ai piedi del padrone con le orecchie basse che gridano “Non lo faccio più” mi dice con un flebilissimo accenno di soddisfazione: “Ecco ne ho ordinata una copia, così è già nel sistema e in caso di nuovi ordini il libro si trova subito”.

Sorrido, ringrazio ed esco ingrassata di tre chili.